L’alimentazione che fa bene all’ambiente.La dieta mediterranea salverà il pianeta?

La Doppia Piramide Alimentare-Ambientale

“Sano per te, sostenibile per il pianeta” è il concetto intorno a cui si è articolato il  convegno “Alimentazione e Ambiente”, organizzato dal Barilla Center for Food & Nutrition il  29 giugno al Museo Nazionale della Scienza e della tecnologia di Milano. L’incontro ha fornito l’occasione per un confronto tra personalità e studiosi appartenenti a istituzioni e discipline scientifiche diverse, accomunati dall’impegno  per la ricerca e la diffusione di stili alimentari eco-compatibili.     L’introduzione  di Paolo Barilla, vicepresidente del gruppo, ha sottolineato come oggi fare impresa significhi sempre di più integrare  le nuove conoscenze scientifiche e impegnarsi attivamente per tutelare quegli interessi collettivi che definiscono le condizioni sociali e ambientali di riproduzione del proprio business. Un’ impresa di nuova generazione dunque, che estende la sua sfera d’azione al di là del settore e della categoria merceologica di riferimento e si dimostra attenta e fattivamente sensibile alle implicazioni ambientali e sociali del proprio operare.L’ampliamento della prospettiva ed una maggiore responsabilità da parte delle aziende e delle istituzioni a  garantire le naturali condizioni di rigenerazione delle risorse (biocapacità) sono stati ribadite dalla fosca e allarmante relazione di Mathis Wackernagel, presidente del Global Network for ecological footprint. Wackernagel, ha presentato una serie di dati statistici che illustrano dettagliatamente il saldo negativo tra  impronta  ecologica e biocapacità prodottosi negli ultimi 30 anni su scala globale. In media, secondo le analisi dell’economista, noi consumiamo in un anno risorse che sono riproducibili solo nell’arco temporale di un anno e mezzo, accumulando così un deficit ecologico che qualora restasse immutato porterebbe il pianeta al collasso. Il circuito risorse-economia-spreco (resource-economy-waste) andrebbe del tutto riformulato e corretto. Ma come? Wackernagel suggerisce l’introduzione tra le voci di bilancio del concetto di capitale naturale e l’impiego dell’indice di impronta ecologica,da lui introdotto nel 2001, tra gli indicatori di performance aziendali. Un approccio di questo tipo non sarebbe affatto di contrasto alla crescita economica, ma al contrario, secondo Wackernagel le imprese potrebbero trarne enormi benefici derivanti, principalmente, da una maggiore  capacità di razionalizzazione dei costi e dell’organizzazione. Da non sottovalutare, d’altro canto, anche i benefici in termini di immagine derivanti dall’associazione  del proprio brand a un etica ecologica, in un epoca come la nostre in cui il consumatore sceglie sempre più secondo criteri qualitativi.Un po’ meno pessimista e più pragmatica, invece,  la relazione di Andrea Boltho, economista del Magdalene College di Oxford,  che ha illustrato i dati relativi all’ Orizzonte 2050, da cui emerge una tendenza alla crescita dei  prezzi alimentari per l’effetto congiunto dell’aumento della popolazione globale ( stimato al 30%); della riduzione della produttività agricola indotta dai cambiamenti climatici ( stimata in un intervallo di probabilità tra il 5 e il 25 %) e dall’ingresso della finanza e della speculazione nei mercati agroalimentari .  Tale tendenza per l’economista non è un destino, ma può essere efficacemente contrastata con  tre insiemi di interventi :

  • L’introduzione delle biotecnologie non ogm nelle coltivazioni per aumentare la produttività agricola
  • La riduzione dei sussidi nazionali a determinati settori agricoli e zootecnici per rendere più efficienti il mercato[1]
  • L’incentivazione del cambiamento delle abitudini alimentari attraverso la tassazione.

  Per Boltho, la contraddizione esistente tra l’aumento allarmante dell’obesità e del diabete nei paesi occidentali e la quota ancora consistente di popolazione mondiale sottonutrita non è più sostenibile. In questo senso ridurre i consumi di carne e sostenere il consumo di cereali e pasta  secondo i dettami della dieta mediterranea diviene un obiettivo prioritario per assicurare l’equilibrio tra salute e ambiente. Questo punto viene ripreso nella relazione di Jeremy Rifkin, la più attesa della giornata, il quale esordisce dicendo,  con il tono millenaristico che lo contraddistingue,  che l’umanità ha raggiunto un punto critico, “ ci stiamo muovendo come dei sonnambuli che rifiutano di aprire gli occhi e realizzare che il proprio tempo sta per scadere”. Rifkin fa osservare che  l’umanità è la specie vivente più giovane del pianeta, rappresenta lo 0,51 % delle biomasse esistenti ma  ne consuma il 24%. “Siamo giunti così al punto di arrivo dell’era della società industriale inauguratasi con la macchine a vapore del settecento e se non  si introducono urgentemente dei cambiamenti su  vasta scala rischiamo di estinguerci nei prossimi 30 anni. “ Nel suggerire gli ambiti ( produzione di energia, ciclo dell’acqua, terreni, fertilizzazioni) dove è maggiore l’urgenza di un cambiamento dei modelli di comportamento, l’economista americano si sofferma sui livelli di consumo di carne, responsabili  a suo dire di un vero e proprio ecocidio, di un circolo vizioso nocivo  per il pianeta e per la salute dei suoi abitanti. In questo scenario anche per Rifkin la dieta mediterranea “should be the diet”  soprattutto se associata a  produzioni alimentari più sostenibili e biologiche.” Mangiare più pasta potrebbe cambiare le sorti del pianeta e allontanare lo spettro dell’estinzione”. La dieta italiana, dice l’economista, con la sua varietà e i suoi  prodotti  legati al territorio,    costituisce un ottimo punto di riferimento per praticare uno stile alimentare sostenibile, a bassa impronta ecologica. Ed è guidata dall’intenzione stimolare una maggiore consapevolezza delle ricadute ambientali delle nostre scelte a tavola la presentazione della Doppia Piramide Alimentare-Ambientale (fig.1) elaborata da  Barbara Buchner, direttrice del Climate Policy initiative di Venezia e Camillo Ricordi, nutrizionista dell’Università di Miami,  il sostegno del Barilla Center for Food and Nutrition. L’utilità della piramide sta nel rendere visibile in chiave sintetica  l’interdipendenza tra scelte alimentari e impatto ambientale, utilizzando i valori dell’indice di impronta ecologica per ciascun alimento. Rifkin ha aggiunto che questo strumento dovrebbe divenire un vademecum per orientare non solo le scelte degli individui ma anche quelle dei governi e delle imprese. Un convegno ricco di spunti e di suggerimenti operativi per comprendere che un fenomeno micro-sociale quale la composizione del menù della propria tavola, si inserisce in una trama complessa di nessi e concatenazioni che determinano effetti macroscopici sulla vita del pianeta. Assume ancora più significato sociale oltre che politico il binomio “agire locale, pensare globale”  poiché la salute dell’umanità e quella del pianeta si abbracciano e si espongono ad un comune destino.   

[1] Boltho fa osservare ad esempio che una mucca europea riceve in media un ammontare di 875 euro di sussidi annui, che corrispondono al reddito medio di un africano. Negli Stati Uniti invece  lo stato trasferisce ogni anno 5 miliardi di dollari ai 12.000 coltivatori di cotone, con l’effetto di generare una sovrapproduzione che abbatte i costi di mercato e comporta annualmente la perdita di un miliardo di dollari per le produzioni africane

Links:

http://www.footprintnetwork.org/en/index.php/GFN/

http://www.barillacfn.com/

http://www.foet.org/JeremyRifkin.htm