Le infrastrutture della mobilità - tratto da L. Senn (Skira 2008)

[...] Le infrastrutture – e soprattutto il loro funzionamento efficiente e la loro realizzazione tempestiva all’emergere della domanda (time to market) – sono in grado di generare sviluppo economico e sociale nei territori che attraversano o rendono accessibili. Esse possono generare esternalità negative, ma anche effetti positivi: attivano lo sviluppo, consentono il miglioramento delle condizioni ambientali quando, ad esempio, alcune infrastrutture modali (ferrovie) ne sostituiscono altre (gomma), favorendo il risparmio energetico su grande scala. La realizzazione di  un’infrastruttura ha di solito anche un significativo impatto occupazionale, sia nelle fasi di cantiere, cioè di costruzione, sia in quelle in cui l’infrastruttura opera a regime per creare accessibilità e connettività. Le infrastrutture, tuttavia, non possono essere considerate “rimedi infallibili” nellepolitiche di sviluppo. Di solito si è consapevoli che non possono mancare misure di accompagnamento in termini di assistenza allo sviluppo e al consolidamento produttivo. Va ribadita questa indissolubile relazione tra infrastrutture e sviluppo del territorio, perché – avendone consapevolezza – non si costruiscono infrastrutture che si rivelano successivamente “cattedrali nel deserto”; ma le si concepisce sin dall’inizio come elementi portanti di una strategia di crescita e si possono sin da subito internalizzare impatti ed esternalità positive. È il caso ad esempio dello Shinkansen giapponese – il treno ad alta velocità – costruito in aree in cui la domanda di mobilità doveva essere incentivata per favorire il decentramento produttivo verso zone relativamente  arretrate, piuttosto che rispondere a carenze pregresse nelle aree già intensamente abitate. Quando il circolo delle relazioni tra infrastrutture e sviluppo territoriale è virtuoso, le prime svolgono un effetto moltiplicativo sul secondo che talvolta può  rivelarsi addirittura sorprendente: un euro di investimento in infrastrutture si traduce infatti in tassi di crescita del Prodotto Interno Locale pari a 1,3 o 1,4, rivelando così un effetto attivatore di grande valenza. È il caso ricorrente di ogni nuovo aeroporto, ma anche quello della realizzazione di una nuova pista in un aeroporto esistente, che ne aumenta la capacità complessiva, consentendo nuovi collegamenti e una nuova strategia glocale per le imprese che in quell’area operano. 

La realizzazione di infrastrutture nel mondo appare dunque seguire un trend di crescita che sarà difficile fermare, se non per motivi di congestione o di scarsità del suolo e in mancanza di soluzioni creative alternative al diritto e alla libertà essere quelle utili e solo quelle utili: quelle cioè che generano opportunità di mobilità; quelle che sono efficienti; o quelle i cui effetti positivi superano comunque quelli negativi. Ma non va dimenticato che nel concepirle e attuarle occorre tener conto ella totalità dei fattori in gioco: consumi e investimenti; efficienza ed efficacia; sviluppo e sostenibilità; fattori che in altre parole non rispondono solo a criteri economici, ma anche sociali, ambientali e talvolta pure politici legati alla creazione del consenso. Ciò che conta è saper decidere le infrastrutture nella prospettiva del bene comune, di lungo periodo, illuminata da una professionalità qualificata, dalla responsabilità e dalla comunicazione ai cittadini e agli utenti dei vantaggi e dei rischi che ogni infrastruttura può arrecare. Non si ha la sensazione che questa cultura della responsabilità di lungo periodo e di intelligente previsione degli effetti e delle azioni complementari sia condivisa. Le infrastrutture sono troppo spesso oggetto più facile di conflittualità che di sinergia. Ma il diritto e la libertà di una mobilità efficiente che tutti auspichiamo sono motivazioni sufficientemente forti affinché maturi anche una responsabilità cosciente nei confronti delle generazioni future di movimento. Ciò non impedisce che le infrastrutture da realizzare debbano  essere quelle utili e solo quelle utili: quelle cioè che generano opportunità di mobilità; quelle che sono efficienti; o quelle i cui effetti positivi superano comunque quelli negativi. Ma non va dimenticato che nel concepirle e attuarle occorre tener conto della totalità dei fattori in gioco: consumi e investimenti; efficienza ed efficacia; sviluppo e sostenibilità; fattori che in altre parole non rispondono solo a criteri economici, ma anche sociali, ambientali e talvolta pure politici legati alla creazione del consenso. Ciò che conta è saper decidere le infrastrutture nella prospettiva del bene comune, di lungo periodo, illuminata da una professionalità qualificata, dalla  responsabilità e dalla comunicazione ai cittadini e agli utenti dei vantaggi e dei rischi che ogni infrastruttura può arrecare. Non si ha la sensazione che questa cultura della responsabilità di lungo periodo e di intelligente previsione degli effetti e delle azioni complementari sia condivisa. Le  infrastrutture sono troppo spesso oggetto più facile di conflittualità che di sinergia. Ma il diritto e la libertà di una mobilità efficiente che tutti auspichiamo sono motivazioni sufficientemente forti affinché maturi anche una responsabilità cosciente nei confronti delle generazioni future