Riflessioni sui viaggiatori del terzo millennio. In espansione anche in tempo di crisi, e con l’ossessione della sostenibilità
Submitted by onthemove on April 17, 2009 - 09:24.| da Specchio de La Stampa, un interessante editoriale di R. Duiz |
| c’è qualche preghiera che sortisce l’effetto agognato, quella formulata dalla chiesa greco- ortodossa nel 1971 non rientra nella categoria. Recitava: «Signore Gesù Cristo, fi glio di Dio, abbi pietà delle città, delle isole e dei villaggi della nostra terra ortodossa, così come dei monasteri, affl itti dall’ondata turistica mondiale…». Intanto, incerti sull’esito della supplica, i monaci della Tessaglia abbandonarono le amate rocce calcaree delle Meteore e si arrampicarono sul monte Athos, da dove potevano tenere a bada l’onda anomala. In quell’anno il conteggio degli Arrivi Internazionali nel mondo toccò la ragguardevole cifra di 170 milioni. Un record assoluto a quell’epoca, entusiasmante per chi quella mobilità provocava e sconvolgente per chi la subiva. Affettuosamente risibile oggi che per il 2010 si prevede lo sfondamento del tetto del miliardo, per avviarsi a superare trionfalmente il miliardo e mezzo nel 2020.
L’ondata si è fatta tsunami, e non accenna ad acquetarsi. Anzi, non c’è nulla che possa placarne l’impeto, né le recessioni mondiali né la belligeranza diffusa, l’ossessione della sicurezza e il proliferare di «zone a rischio», se non proprio impraticabili tout court, che rendono il Pianeta un groviera di buchi neri più accidentato che ai tempi di Marco Polo e Ibn Battutah, archetipi del viaggiatore. Ci pensano i tour operator a ridisegnare il Pianeta a seconda della fruibilità, così assecondando (e pilotando) a proprio profi tto quella tendenza al «nomadismo » che lo studioso francese Jacques Attali (già consigliere di Mitterrand e presidente della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo) prevede in implacabile espansione via via che «le città somiglieranno sempre più a grandi motel e dunque gli abitanti ci si sentiranno sempre meno legati». «L’uomo che se ne sta quieto in una stanza chiusa rischia di impazzire, di essere tormentato da allucinazioni e introspezione», scriveva Bruce Chatwin, «anatomizzando» l’irrequietezza. Un buon motivo per muoversi. Farlo tutti insieme, però, per di più in un sistema che l’antropologo Duccio Canestrini defi nisce «bioimperialismo o biopitateria», produce qualche problema. La sua defi nizione, Canestrini, la spiega in modo semplice: «Nei Paesi della fascia tropicale il colonialismo cercava legno, avorio, spezie e oro. Oggi in quegli stessi Paesi il turismo cerca mare, sole, sesso e natura. In entrambi i casi la mano d’opera è facilmente reperibile a costo zero o molto basso». E l’industria del turismo, come il colonialismo un tempo, opera sulla base di un network di collaborazioni con locali ricchi e potenti, provocando un ulteriore impoverimento dei poveri e deprivandoli anche dei loro luoghi più belli. Via via che l’«invasione» si fa sempre più massiccia, più risulta evidente l’illusorietà della teoria che la conversione al turismo deregolamentata avrebbe condotto i Paesi in via di sviluppo alle agognate (per loro) e promesse (dagli investitori) «prosperità e pace». Cosicché anche sull’industria del turismo, pure in continua espansione, incombe oggi lo spettro epocale chiamato Sostenibilità. Ci sono varie specie di viaggiatori del terzo millennio: curiosi di verifi care le modifi cazioni dei luoghi in sintonia con le mutazioni geopolitiche, cacciatori di ombre del passato su antichi itinerari dimenticati, vogliosi di riassaporare con lentezza il senso del «percorso» o d’indagine antropologica, smaniosi d’avventura o placidi fl âneur. E l’attuale, ricca letteratura di viaggio li rappresenta tutti. Ma la maggioranza di chi si imbarca per destinazioni più o meno lontane non va in libreria, né come autore né come fruitore. «La maggioranza sta», per dirla con De André. Sta dentro ai pacchetti all inclusive che vengono trasportati indifferentemente dove, stimolata a viaggiare ma ineducata al viaggio, sceglie per lo più la meta in funzione dell’economicità dell’offerta e della nomea del tour operator che propone di realizzare la fantasia di Pier Lambicchi, lo stravagante tipetto della fi ction fumettistica inventore dell’Arcivernice, che spalmata su immagini da sogno le rendeva reali e ci si poteva accomodare dentro beato. E tutto il contorno è fuori. La consapevolezza del contesto in cui ci si trova non è inclusa nel pacchetto pagato prima di partire. Nessun contatto col mondo circostante, dunque, per gli «impacchettati». Caraibi, Africa o Asia tutto fa brodo, o, meglio, lasagne e tortellini servitigli nei sovrabbondanti buffet dei villaggi per farli sentire ovunque a casa propria, senza mai uscire di lì per non guastarsi la digestione. La «rivoluzione» low cost, divampata nell’ultimo decennio nel mondo dei trasporti con le ali, ha dato un sostanzioso contributo all’incremento della mobilità, introducendo prezzi stracciati per i biglietti aerei. C’è chi, come Emanuele Giusto, freelance italiano con residenza a Madrid, l’ha indagata in ogni anfratto, lanciando (vincendola) la sfi da che dà il titolo al suo resoconto: Il giro d’Europa con 30 euro. Pazienza se poi, con le varie tasse, il costo è lievitato a 168,98. Considerando che copre l’ondivaga tratta Madrid-Bruxelles-Milano- Parigi-Londra-Berlino-Roma è comunque un prezzo che defi nire competitivo è un eufemismo. Certo, anche volare low cost «costa »: regole ferree e divieto di lagnanza. E, iperbolizzando, disciplina da Full Metal Jacket e sottomissione fracchiana imposta ai fruitori. «Hai sete? E chissenefrega». Dita intrecciate e pronte scuse con la lingua appiccicata al palato: «Com’è buono lei…». Del resto, si è tenuti a saperlo che le compagnie low cost sono dette anche no frills, dunque «basso costo» e «niente fronzoli». Pagare meno/viaggiare di più (motto della Low cost generation, che già sfi ora i 200 milioni di unità solo in Europa) val bene qualche sacrifi cio e strapazzo. Cioè l’esatto contrario di ciò di cui si parla nella cover story di questo numero di S+. Ma poiché la mobilità è interclassista, esclude magari i gradini più bassi della scala sociale ma non quelli più alti, parlandone è giusto considerare anche l’elitaria fi rst class. Trovandocisi quasi per caso e fi no a lì ignaro della sua esistenza, Francesco Piccolo l’ha defi nita «un sistema di vita che affi anca la tua volontà e qualche volta la supera», in un brillante libro (Allegro occidentale) in cui racconta la sua incursione nell’esclusivissimo mondo dei viaggiatori di lusso. Se, come si usa dire, al peggio non c’è mai fi ne, lo stesso vale anche per il meglio. Tyler Brûlé, editore di Monocle, ha dunque sguinzagliato i suoi segugi alla ricerca di quanto di meglio ci sia oggi nel mondo congeniale al target della sua rivista, che lui chiama «élite transnazionale» e che è perennemente in viaggio. Gente esigente e, soprattutto, senza limiti di budget. Ma anche impermeabile al «vippismo». È un altro modo ancora di viaggiare, più attento alle situazioni logistiche e al comfort che agli scenari e ai contesti. Le 50 voci derivanti dall’indagine- aggiornamento sono come la vetrina di una gioielleria ripulita da sensazionalistiche pacchianerie, sulla quale l’Arcivernice dei frequentatori di grandi magazzini e discount di viaggi è ineffi cace. Ma che offre ricchi spunti per alimentare una controtendenza che si sta subdolamente affermando, quella di «viaggiare senza partire», immaginando, così evitandosi ogni imbarazzo di scelta, frustrazione al pensiero che altrove sarebbe stato meglio e guadagnandosi anche la riconoscenza dei monaci della Tessaglia. ROBERTO DUIZ NATO A TRIESTE NEL 1952, SCRIVE SUL MANIFESTO DI MEDIA, SPORT E NARRATIVA DI VIAGGIO. CURA LA RUBRICA VIAGGI DI S+ E COLLABORA AD ALTRE RIVISTE. È AUTORE DI LIBRI D’INCHIESTA (SU PECORELLI, UN UOMO CHE SAPEVA TROPPO) E DI BIOGRAFIE (DI ANGELO CECCHELIN, LA VITA XE UN BIDÒN) |
